Lunedì 25 Maggio 2020
Ipnosi e creatività - L’ipnosi è una “ sindrome clinica a se stante ” durante la quale può agevolmente manifestarsi una delle risorse più significative possedute dall’uomo, “ la pulsione alla creatività ”.
In questa frase, in sintesi, è riportato il tema che siamo pronti ad trattare nelle pagine che seguono. In particolare si sostiene che le potenzialità interne all’uomo possono rappresentare l’essenza della creatività e dello sviluppo della persona; e che, in psicoterapia ipnotica, tali risorse rappresentano il focus della peculiare trasformazione creativa che dallo stato anche di grave disagio psicologico conduce al ripristino dello stato di salute proprio del soggetto sofferente. Il ripristino favorito dalla trance terapeutica, da modalità “ indirette ” di trattamento che portano al “ depotenziamento ” e alla “ ristrutturazione ” dei “ vecchi assetti ”, si compie soprattutto autonomamente, inconsciamente, senza che la coscienza con la sua attività possa intervenire su tali eventi trasformativi. Inoltre, si considera come, nella “ presa di coscienza ” (l’ insight creativo dell’uomo, del malato e nella trance ipnotica), la persona comprenda ciò che prima era escluso dal mondo razionale e quanto, in tale comprensione, la totalità dinamica della dimensione conscio e inconscio sia importante per l’equilibrio della mente nella sua globalità. Senza privilegiare l’attività della coscienza o l’attività dell’inconscio, il risultato creativo e la presa di coscienza saranno visti come un momento di sintesi che richiede da una parte la disponibilità della coscienza ad accettare elementi ignoti e dall’altra la disponibilità dell’inconscio a concedere parti di sé. La disponibilità del conscio e dell’inconscio che coincidono nella reciproca spinta, tendenza a bagnarsi l’uno dell’altro, dà la possibilità di vivere in quella “ vitalità psicologica ” che garantisce i confini conscio - inconscio.

Questi momenti di sintesi creativa si manifestano con il modificarsi della coscienza che in tal modo si dispone all’accettazione dei prodotti inconsci. Così, le fantasie ed i sogni del sonno ordinario hanno, come si intende sostenere, gli stessi simbolismi e lo stesso tipo di pensiero che hanno i sogni e le fantasie negli stati ipnotici. Sia nel sonno naturale che nel sonno ipnotico il sognatore tesse dalle fila della sua storia una totalità artistica, il sogno, ma, forse, anche la sua salute, la sua malattia.
Anche nella psicoterapia ipnotica, già con la focalizzazione dell’attenzione o con la chiusura degli occhi, la persona in trance inizia a creare dalla sua storia, come nel sonno naturale, totalità immaginarie; e “ tra immaginario e sogni il collegamento è obbligatorio: i sogni appartengono all’immaginario ” (b.r.).
Ogni incontro psicoterapeutico è straordinario e unico … ogni tentativo ipnoterapeutico è un’esplorazione creativa; è una ricerca autonoma ed interiore che facilita un momento creativo in cui si possono raggiungere luminosi insight e dunque il cambiamento terapeutico (b.r.). Cambiamento che si sviluppa nella mente inconscia, “ il fondo della mente, il serbatoio dell’apprendimento. L’inconscio è un magazzino ” (b.r.). “ La mente inconscia è formata da tutto il complesso delle cose apprese in una vita intera, molte delle quali sono state del tutto dimenticate, eppure entrano in funzione negli automatismi. Buona parte del comportamento deriva dal funzionamento automatico di queste memorie dimenticate ” (b.r.). “ In psicoterapia si insegna al paziente l’uso di
moltissime cose che lui ha imparato molto tempo fa, e che non ricorda di aver appreso ” (b.r.). L’individuo ha così sviluppato i suoi processi associativi e una personale matrice comportamentale. Tali capacità interne sono l’essenza della creatività e dello sviluppo della persona (b.r.).

La trasformazione creativa, che consente ai pazienti di avere una diversa visione del mondo e di poter superare i propri disturbi, avviene per mezzo di modalità che favoriscono la crescita e un nuovo modo di apprendimento. L’americano M.H. Erickson chiarisce come la modalità della trance sia uno stato di apprendimento involontario: “ la trance terapeutica è uno stato di apprendimento senza  alcuno intervento di scopi e intenzioni coscienti. L’esperienza della trance può essere equiparata a quella onirica nella quale gli avvenimenti mentali procedono autonomamente […]. Erickson evidenzia di continuo l’apprendimento senza consapevolezza […] che tale apprendimento possa aver luogo più efficacemente e creativamente in uno stato alterato, nel quale non sono attivi molti dei normali pregiudizi e preconcetti del sistema di riferimento cosciente del paziente. La trance terapeutica è quindi una condizione in cui i pregiudizi e le confusioni della coscienza vengono ridotti al minimo, di modo che un nuovo apprendimento possa aver luogo con maggiore efficacia.
Questa concezione è perfettamente in accordo con quel che si sa sul processo creativo in generale (b.r.), cioè con l’idea che la coscienza sia soltanto una stazione ricevente atta a ricevere le nuove combinazioni del processo creativo che in realtà avvengono a un livello inconscio. E’ altresì in accordo, nel continente europeo, con i primi approcci ipnoterapeutici di Lièbeault, Bernheim e Braid (b.r.), i quali a volte utilizzavano brevi trance terapeutiche con i pazienti e in seguito li « svegliavano » senza alcuna suggestione diretta sul modo in cui la terapia si sarebbe dovuta svolgere. La « atmosfera curativa » fornita da quei primi operatori, unitamente alle convinzioni del loro tempo, funzionavano come suggestioni indirette e non verbali atte a mettere in moto, a far muovere processi creativi autonomi nei loro pazienti che ottenevano una « guarigione ». L’uomo moderno del XXI secolo risente tuttavia di concezioni materialistiche e iperrazionalistiche che tendono a sminuire il funzionamento di questi processi terapeutici autonomi. L’uomo moderno è affetto da una disastrosa hubrys della coscienza (b.r.) che gli fa credere di poter realizzare qualunque operazione mentale a un livello conscio e volontario (arruolato come soldato arrampicatore lungo la scala dell’economia nazionale o internazionale). Spesso tali sforzi volontari sostituiscono processi naturali curativi. Per affrontare questi errati tentativi della coscienza, Erickson ha sviluppato tecniche indirette come la confusione e la ristrutturazione quali strumenti per confondere le limitazioni consce dei pazienti in modo che il loro inconscio abbia un’opportunità di creare nuove soluzioni ” (b.r.).
Nell’intenzione di fare un confronto con altre teorie psicologiche che tengono in debita considerazione il fattore creativo che opera sul fondo della psiche possiamo affermare ( o meglio gridare ) che l’inconscio ericksoniano potrebbe coincidere con l’inconscio personale junghiano il quale “ comprende in sé tutte le acquisizioni dell’esperienza personale, dunque cose dimenticate, rimosse, percepite, pensate e sentite al di sotto della soglia della coscienza ” (b.r.); ma non coincide affatto con l’inconscio collettivo i cui contenuti “ non provengono da acquisizioni personali ma dalla possibilità di funzionamento che la psiche ha ereditato, cioè dalla struttura cerebrale ereditata. Queste sono le trame mitologiche, i motivi e le immagini che in ogni tempo e luogo possono riformarsi indipendentemente da ogni tradizione e migrazione storica ” (b.r.).
L’inconscio junghiano che possiede complessi intrecci di condizioni archetipiche non è solo conservatore atto a contenere i contenuti personali e di esperienze proprie della psiche ancestrale ma anche di considerevoli dinamismi creativi. Se così non fosse “ non esisterebbe quella fantasia creativa alla quale sono dovuti da sempre mutamenti e innovazioni radicali … perché la fantasia creativa esiste e non è solo una prerogativa della psiche inconscia. Si tratta bensì di un processo tale per cui i contenuti psichici dal campo dell’inconscio irrompono nella coscienza: sono illuminazioni, suggestioni, cioè qualcosa che non si può certo paragonare ai cauti processi di pensiero della coscienza. Perciò l’inconscio può essere considerato un fattore creativo, perfino un audace innovatore, pur essendo al tempo stesso una roccaforte di conservatorismo. Si può ammettere che tale concezione può sembrare paradossale, ma è l’uomo che è paradossale: questa è la realtà. […] La retrospettiva e l’introspezione dovrebbero essere incoraggiate perché il paziente, nel servirsene, non soltanto riconosca i propri desideri infantili, ma contemporaneamente penetri nella sfera dell’inconscio collettivo, dove scopre prima il tesoro delle idee collettive, poi la propria creatività ” (b.r.)
Nello studio dei dinamismi tra conscio e inconscio, se alcune teorie tendono e possono provvedere a dare importanza maggiore o minore all’una o all’altra parte della psiche nella nascita dei momenti creativi, noi, invece, sosteniamo che i due sistemi ( conscio ed inconscio ) non possono essere discriminati, nel senso che l’uno sia più o meno fondamentale dell’altro nell’azione produttiva dell’uomo: riteniamo che non esistono manifestazioni complete ad opera della persona, sia nell’area psicologica che in quella del reale concreto, se le due parti non sono compresenti, sia pure con ampiezza alternata che si modifica con il mutare delle relazioni, soprattutto nelle manifestazioni creative. Infatti, Neumann sostiene che: “ Solo l’integrazione del sistema conscio con il profondo livello emotivo dell’inconscio rende possibile un processo creativo. Per questo, se vengono radicalizzate, la differenziazione della coscienza e la tendenza a dividere e allontanare l’emotività, tratti tipici dell’evoluzione occidentale della coscienza, rendono sterili e bloccano dei processi che porterebbero a un’espansione della coscienza. Lo conferma il fatto che gli individui creativi hanno sempre certi elementi infantili non del tutto differenziati in loro, come dei nuclei plasmatici di creatività che è del tutto inadeguato considerare come tratti « infantili » e volere riportarli al livello del romanzo familiare ” (b.r.).
La necessità che ci sia un equilibrio, senza opporre ostacoli, tra i flussi conscio e inconscio, nelle fasi dello sviluppo della coscienza come sistema evolutivo che meglio riesce a mediare il contenuto materiale con la componente emotiva, è così riferita da Aldo Carotenuto: “ Nella concezione primaria il rischio è quello di venire allagati dall’inconscio; lo sviluppo della coscienza comporta il pericolo opposto di chiudere, coprire definitivamente la fonte dell’emotività. La vitalità psicologica sta invece nella possibilità di trovare una via di mezzo che permetta di scavare dentro di sé e di far scorrere, defluire all’esterno, con un’attività cosciente, la ricchezza interiore ” (b.r.).
Lo psicoanalista appena citato, in una sua più recente opera, considera che l’indagine del comportamento manifesto, unito allo studio del comportamento latente, permette una visione complessiva della psiche: fin dal momento della nascita l’uomo mette in atto una serie di processi psichici che inconsciamente tendono alla totalità. La visione complessiva, generale della psiche, suggerisce Carotenuto, deve portare a un approccio olistico della “ personalità ” il cui centro è costituito da un processo psichico che coinvolge l’individuo e lo spinge verso la crescita ove il percorso evolutivo stesso fa parte della totalità psichica (b.r.).
Non si può operare sull’uomo senza considerarlo la sua “ casa ”, cioè la parte di un ambiente naturale nel quale l’unicità dell’individuo rappresenta la polarità « singola »  che incontra la polarità  « molteplice » . Molteplicità con la quale la persona interagisce peculiarmente con conseguenti reciproche  modificazioni.
Queste ultime considerazioni riportano al “ Rosarium philosophorum ”, uno scritto che tratta l’intero campo dell’alchimia. In esso troviamo l’essenza, la sintesi del congiungimento nell’unire gli opposti. E l’autore parlando d’“ arte ” in termini generali postula: “ L’arte opera unicamente « nella natura ». Il procedimento richiede « una »  cosa soltanto, non parecchie. Operare « fuori dalla natura » non conduce ad alcun risultato … per l’alchimista ( vi è la ) necessità di una disposizione mentale all’unificazione; l’arte consiste nell’ « unione dei contrari », rappresentati come maschile e femminile, forma e materia ” (b.r.).
Lo psicoterapeuta, alchimista disposto a tendere e ad ordinare gli opposti, crea con arte un corretto equilibrio conscio - inconscio ( persona – collettivo ), nella convinzione che essi coesistono nella natura di una totalità, opera una unificazione che ridà armonia agli opposti in disordine; e quando una delle due parti è isolata dall’altra il risultato non può essere che uno: il blocco della creatività individuale e la sofferenza. “ Il primo lavoro del terapeuta sarà necessariamente quello di adoperarsi perché il paziente prenda coscienza di questo suo non vivere, di questo suo essere vissuto dagli altri. Ma è inevitabile che nel paziente il prendere coscienza del suo aberrante modo di essere ( o di non essere – scomparire dinanzi a sé stessi ) lo induca a vedere lo psicoterapeuta come colui che agisce sugli altri: colui che ha esattamente quel dono che lui non possiede. Ed ecco apparire, nello spettro di reazione del paziente, l’invidia. In effetti l’analista è creativo, visto che ha scelto di occuparsi degli altri, ossia di modificare la realtà esterna. Lo è anche se lo nega, anche se si rifiuta di crederlo; anche nel caso che sostenga ( per l’accesso di difesa o per legittima difesa) che tutto quel che succede e che può succedere nel setting è produzione esclusiva del paziente. Lo è dal momento in cui si crea, tra lui e il paziente quel « campo psicologico » che non è riducibile alla vita interiore di nessuno dei due proprio perché comprende anche l’altro, e cioè la realtà ” (b.r.).
Le considerazioni del paziente che vede nello psicoterapeuta “ colui che agisce sugli altri, che sa dominare la realtà ”, quindi modificare una situazione di sofferenza, migliora la nostra comprensione dei meccanismi psicologici che intervengono nei pazienti trattati in ipnoterapia. Infatti, come abbiamo già avuto modo di dire, i risultati ottenuti dai francesi Lièbeault e Bernheim nonché dall’inglese Braid possono essere così spiegati: la “ guarigione ” di alcuni pazienti è dovuta, con l’istaurarsi dell’ “ atmosfera curativa ” o con l’accettazione di un “ ampio ” campo psicologico, alla disposizione e alla particolare aspettativa del paziente verso l’ipnoterapeuta come “colui che agisce sugli altri ”.
Oltre ai meccanismi che l’invidia può attivare nel paziente, di essere cioè potente quanto l’altro       ( l’ ipnotista ), la particolare aspettativa del trattamento in ipnosi si può tradurre nell’attesa di effetti derivati da segrete formule che l’operatore agisce attraverso misteriose manovre per scongiurare gli affanni altrui. I processi creativi così attivati lavorano automaticamente per offrire risposte trasformative la cui natura risiede nell’inconscio del paziente e nel mondo in cui vive.
Dunque, l’ipnoterapia non è una semplice applicazione di metodo e di tecniche: risposte imprevedibili possono sorprendere anche l'operatore più attento il quale, se non sta in guardia, a sua volta può replicare con altrettanta imprevedibilità. Dice Carotenuto riferendosi all’analista: “ Egli non si comporta come uno scienziato ma come un artista per il quale la componente emotiva è un vero strumento di lavoro ” (b.r.).
A tal proposito, consideriamo che “ l’ attività psicoterapeutica è molto di più che un solo esercizio di una competenza specifica, che pure è, ovviamente, indispensabile garanzia di metodo e di abilità tecnica; ma è arte, nell’ampio senso umanistico della parola, e richiede, quindi oltre che intuizione e ispirazione, conoscenze quanto mai vaste e solide in territori quanto mai sconosciuti abitualmente chiusi alla formazione medica ” (b.r.). I comportamenti in genere e quelli che si producono durante la psicoterapia hanno risvolti insospettati, essenze e sfumature che sono i derivati di riflessi negli specchi medico - paziente: “ il comportamento, a differenza dello zucchero e del colesterolo, non può essere misurato con precisione ” (b.r.).
Diviene adesso utile vedere cosa sia l’ipnosi e cosa sia l’ipnoterapia in relazione alla creatività. Per rispondere a tale quesito è opportuno dare apertura a riferimenti dettati da un tecnico tra più autorevoli esponenti della psicoterapia ipnotica, Milton H. Erickson: “ consideriamo l’ipnoterapia un processo mediante il quale aiutiamo le persone ad utilizzare le loro associazioni mentali, ricordi e potenzialità vitali per raggiungere il proprio scopo terapeutico. La suggestione ipnotica può facilitare l’utilizzazione di capacità e potenzialità  che esistono già in una persona ma che rimangono inutilizzate o sottosviluppate per mancanza di esercizio o perché non comprese ” (b.r.). Da questa considerazione si è subito portati a rivedere lo stereotipo della ipnoterapia come qualcosa in cui il terapeuta mette nella testa di un’altra persona, il paziente, qualcosa che possa “intrusivamente” porsi nella mente della persona stessa e “ violentare ” le proprie credenze ed i propri punti di riferimento. Niente affatto, l’ipnoterapeuta stimola il paziente ad utilizzare ciò che in esso già esiste, inducendolo a rivedere il proprio “ tesoro ” interno ed attivare nuove associazioni in relazione alle potenzialità preesistenti nella persona.
Vediamo allora di comprendere come la creatività ed i comportamenti entrano nelle dinamiche ipnoterapeutiche. “ … Dobbiamo riconoscere che ogni incontro psicoterapeutico è unico. Erickson ritorna continuamente sul tema che ogni tentativo ipnoterapeutico è un’esplorazione creativa. E’ così perché il comportamento, sia nell’ordinario stato di veglia, che nella trance ipnoterapeutica, non è necessariamente logico, ben ordinato, appropriatamente pertinente o almeno ragionevolmente adeguato alla situazione o alle condizioni che lo evocano. Può essere logico, illogico, senza significato, irrilevante, casuale, volto in una direzione errata, assurdo, metaforico, divertente o qualsiasi altra cosa. E’ solitamente impossibile prevedere con precisione quale sarà esattamente la risposta di una persona in ogni incontro terapeutico perché la semplicità e la complessità del comportamento e la sua ragionevolezza e idiosincrasia derivano da molte combinazioni di fattori esperienziali ignoti nella conoscenza di un’intera vita di una persona. Al massimo, si possono fare solo delle ampie generalizzazioni. Troppo spesso, tuttavia, queste generalizzazioni si scompongono o vengono perdute in un labirinto di complessità, quando un particolare terapeuta si trova di fronte ad un particolare paziente in un luogo ed in un momento particolare.
Quindi, quando si affrontano problemi relativi ad un comportamento turbato, disturbato e anormale, ogni politica dell’approccio al trattamento deve integrare l’individualità del paziente e quella del terapeuta. Non esiste un metodo rigidamente “ controllato ” o “ scientifico ” per provocare lo stesso comportamento in uno o più pazienti nelle stesse condizioni in momenti diversi. Anche quando la gamma di risposte sembra essere grandemente limitata, possono manifestarsi comportamenti completamente imprevedibili. Così benché  esistano certamente principi scientifici generali di psicoterapia, ( uno di questi è il principio del suo carattere essenzialmente creativo ), l’utilizzazione di questi principi richiede una continua valutazione della natura unica ed esplorativa di tutto il lavoro psicoterapeutico. Gli psicoterapeuti non possono dipendere da routine generali o procedure standardizzate da imporre indiscriminatamente a tutti i loro pazienti. La psicoterapia non  è la semplice applicazione di verità e principi ipoteticamente scoperti dagli accademici in esperimenti di laboratorio controllati. Ogni incontro psicoterapeutico è unico e richiede un rinnovato sforzo creativo, sia al paziente che al terapeuta, per scoprire i principi e i mezzi per raggiungere un risultato terapeutico. Questo approccio individualizzato e creativo è particolarmente importante nell’ipnosi ” (b.r.).
Molte guarigioni, nel trattamento psicoterapeutico, avvengono per un processo che sfugge all’osservazione scientifica: tale processo innesca meccanismi che, prepotentemente, autonomamente, inaspettatamente, si insinuano nella vita del paziente inducendogli un insight creativo che conduce al riconoscimento della propria identità. Il paziente si pone così dialetticamente a confronto con se stesso nel continuo tentativo di “ ristrutturare ” un “ vecchio assetto ”. Tentativo che conduce all’individuazione di un orizzonte più consono alle proprie intime tendenze, in una parola un partire per un viaggio costante verso il centro della fornace della creatività. E poco importa se sia una fornace inconscia alimentata dalle proprie esperienze individuali oppure alimentata da esperienze appartenenti al collettivo; importante è che il paziente riesca a comunicare con il proprio fuoco creativo, accendere il suo calore e lasciarsi baciare da una nuova energia ed poter iniziare a sorridere alla vita.
Al cospetto con tale fuoco divengono poi sterili i tentativi dialettici e le tendenze disciplinari a far proprio ciò che appartiene all’uomo.
Infatti, tale fattore creativo, sempre presente nella relazione terapeutica, può mostrare all’attenzione dello scienziato gli eventi delle storie dei pazienti con forme e colorazioni diverse. La comprensione dei significati profondi e del plasmante fattore creativo sono, poi, avocabili agli studi di questa o di quell’altra teoria e quindi “ imposti ” all’altrui attenzione.
Senza allontanarci dallo studio della creatività in ipnoterapia riportiamo, qui di seguito, un caso tratto dallo studio della psicopatologia mostrando in più una fine “ imposizione ” ad opera del curatore del testo a cui ci si riferisce.
E’ il caso di un ragazzo ignorante e senza istruzione, proveniente da una comunità rurale del Massachusetts; era andato a scuola fino alla quinta e aveva avuto pochissimi contatti con il mondo esterno.
L’esame psicologico di questo ragazzo, riferisce M. H. Erickson, si rivelò un’esperienza sorprendente perché fu presentata dal paziente una gamma vastissima di fantasticherie e allucinazioni, alcune delle quali riconosciute grazie alle letture sul folklore effettuate da Erickson. Una delle sue fantasie era del tutto simile a quanto Frazer, nel suo “ Il ramo d’oro ”, il quale dice avvenire nel “ battere ” del cuore dell’Africa centrale. Fu chiesto al paziente di fare poi dei disegni di uomini e di donne, e M. H. Erickson è ancora pronto a riferire, che poi furono confrontati con i disegni fatti dai malati di mente e contenuti nel Princehorn (Princehorn è il nome dello scrittore tedesco con cui si titola il libro nel quale lo scrittore stesso aveva raccolto i disegni degli psicotici). Erickson ed alcuni psicologi confrontarono il disegno dell’uomo fatto dal paziente con quello riportato da Princehorn nel suo libro e si capì che praticamente il disegno del paziente di Erickson era una copia esatta di quell’altro.
All’anamnesi psichiatrica del giovane, dice inoltre M. Erickson, si scoprì uno dei più intricati garbugli della psicopatologia - allucinazioni, fantasie, simbolismi - che si fosse mai visto.
Questo paziente fece nascere in Erickson un enorme rispetto per ciò che può fare la mente umana. Con tutte le sue cellule cerebrali che possono entrare in azione e generare ogni sorta di perturbazione nonché tutte le forme possibili di psicopatologia. Ogni volta che si lavora con un paziente in ipnosi bisogna sentire il dovere di tenere a mente che il paziente potrebbe fare cose di tipo alquanto particolare nel modo più inaspettato; e ci si può aspettare che il paziente sia incline a generare cose elaborate di carattere sia positivo che negativo (b.r.).
Ecco che M. H. Erickson stesso ci porta a riflettere su quanto la mente umana possa produrre creativamente nella psicoterapia ipnotica.
Diviene, inoltre, interessante, dal punto di vista teorico, riportate fedelmente, qua di seguito la nota - con riferimento al caso su esposto - del curatore del libro di M. H. Erickson, Ernest L. Rossi: “ Erickson sembra non ricordare che questo è esattamente il tipo di fenomeno impiegato da Jung per illustrare la propria teoria degli archetipi e dell’inconscio collettivo: che la mente umana è strutturalmente predisposta a organizzare le esperienze in sistemi mentali e comportamentali chiamati archetipi ” (b.r.).
Tale nota diviene quanto mai sintomaticamente e sottilmente capziosa in quanto Ernest L. Rossi sembra non ricordare ciò che egli stesso scrive nella biografia di M. Erickson nel medesimo libro:    “ Benché molto del suo lavoro nel corso di questo periodo fosse a sostegno della teoria psicoanalitica ( poiché Erickson produsse una serie di scritti sulla dimostrazione sperimentale dei meccanismi mentali freudiani e sulla presenza dei processi inconsci sia nella psicopatologia della vita quotidiana, sia nelle sindromi psichiatriche gravi ), Erickson non si considerò mai un freudiano, né del resto, un seguace di nessuna scuola, di nessuna “ chiesa ” in particolare. Ed effettivamente egli deplorò spesso l’esistenza delle varie scuole di psicologia e di psichiatria, perché secondo lui i loro seguaci dimostravano troppo spesso un’acerba e verde immatura, rigidità di pensiero e metodi. Erickson si rendeva conto che tale rigidità (o “ limiti appresi ”) non facevano che inibire una più largo aspetto nell’ esplorazione libera, e per tutta la sua carriera egli stesso non volle legarsi a nessuna teoria. Era un genio nel campo della percezione e della comunicazione e provava un enorme piacere nello studio e nell’impiego terapeutico dei mezzi datici dalla natura; e tuttavia su questi mezzi non sentiva alcun bisogno di costruire impalcature teoriche d’alcun genere ” (b.r.).
Inoltre, anche nelle tendenze junghiane si evidenziano ampiezze di pensiero e prospettive non rigide, simili al pensiero ericksoniano. Tale impronta è rintracciabile, per esempio, nel carteggio Jung - Loy.
Nella prima lettera, risalente al 12 gennaio 1913, Loy, psicoanalista, prospetta a Jung la sua incapacità di scegliere tra l’ipnosi, la psicocatarsi e la psicoanalisi. Nella lettera di risposta Jung, pensatore multiforme di formazione umanista, facendo ricorso all’esperienza personale, nel raccontare la sua pratica diretta di terapia ipnotica che lo condusse infine all’abbandono della terapia suggestiva, afferma che “ un procedimento è buono quando funziona. Io perciò riconosco la validità di ogni procedimento di suggestione, compresi la Cristian Science, il Mental Healding, ecc.”. Jung, comunque, indicando a Loy l’imprescindibilità di una scelta e che a tale scopo motiva la sua adesione alla psicologia del profondo, espone la “ necessità di adottare in terapia un orientamento relativistico che, lungi dall’essere generico, è l’unico che può consentire di rispondere alle esigenze di miglioramento e  guarigione del paziente. Il medico che sappia essere relativista potrà cogliere la trama complessa della manifestazione patologica, senza cadere nella presunzione dogmatica dell’esistenza di un’unica via per la cura ” (b.r.).
Alla seconda lettera del 2 febbraio 1913, in cui Loy mostra una convinzione maggiore dell’utilizzo dell’ipnosi in trattamenti psicoanalitici, visto il successo ottenuto in molti casi trattati e con guarigione permanente, Jung risponde e sembra mostrarsi più benevolmente disposto verso l’utilizzazione dell’ipnosi: “ Come le dimostrano i miei successi terapeutici, io non dubito dell’efficacia del procedimento suggestivo. Avevo solo la sensazione che forse avrei potuto trovare qualcosa di meglio. Questa speranza è del tutto legittima …” e “ Le confesso apertamente ( riferito a Loy ): se fossi al suo posto, sarei spesso imbarazzato nell’usare la psicoanalisi soltanto. Mi è difficile immaginare una prassi generale, specialmente in una clinica, senza altri aiuti che la sola psicoanalisi … nella mia prassi puramente psicoanalitica ho già più volte rimpianto di non poter disporre di altri mezzi educativi … chi ha mai affermato che abbiamo scoperto la panacea ? Esistono casi in cui la psicoanalisi agisce peggio di qualsiasi altra cosa. Ma chi ha mai detto che la psicoanalisi si debba impiegare sempre e dappertutto per assistere i pazienti ? Una cosa del genere potrebbe dirla solo un fanatico … e inoltre esistono innumerevoli nevrotici che sono assolutamente inadatti alla psicoanalisi. In queste cose bisogna assolutamente rifiutare ogni schematismo. E’ assurdo voler vincere con l’abbattere i muri a testate. A seconda delle condizioni di un paziente e del medico che lo assiste, si può scegliere il semplice uso dell’ipnosi e il procedimento catartico o la psicoanalisi. Ogni medico otterrà i migliori risultati con lo strumento che conosce meglio ” (b.r.).
Sembrerebbe dunque che non esista una psicoterapia in assoluto, anzi sembrerebbe non esistere uno strumento terapeutico in assoluto. Ed è proprio per tale ragione che diviene necessario per il terapeuta avere conoscenze maggiori e maturare con esse dirigendole anche nella psicoterapia ipnotica con un’ampia visione sia della patologia del paziente sia della propria risposta al paziente stesso. “… Il terapeuta orientato dinamicamente che utilizza un’ampia gamma di terapie terra costantemente sotto esame il proprio pensiero irrazionale ed il proprio modo di sentire ( contro –trasfert ) relativamente ai pazienti … Anche se la soppressione diretta del sintomo è stata la tecnica di pionieri come Franz Mesmer e Jean Charcot, nell’attuale pratica clinica l’obiettivo è sempre il trattamento completo del paziente e la soppressione dei sintomi va vista e gestita nell’ambito del quadro psicodinamico generale ” (b.r.).
Di assoluto nella psicoterapia vi è soltanto la presenza dei due componenti la diade terapeutica, il terapeuta ed il paziente; e se consideriamo che uno “ strumento ”, qualsiasi esso sia, può restituire la salute al malato c’è da chiedersi se sia stato lo strumento o la terapia a dare la salute oppure qualcos’altro, per esempio il particolare tipo di rapport. E se così è, chiediamoci cosa si sia generato nella coppia terapeutica. Una risposta tout court suggerisce di individuare nel fuoco creativo della diade medico - paziente la nascita della salute dello spirito, degli stati d’animo e del corpo.
E’ intanto importante che le parti si dispongano in modo genuino, senza nascondere alcunché, per potersi incontrare in ambito curativo: da un lato il soggetto umano povero, bisognoso di aiuto il quale accompagnato alla fonte delle sue potenzialità può plasmare le personali risorse e creare “ la vera guarigione che sta nella capacità del paziente di far leva sulle proprie forze, non su quelle del terapeuta ” (b.r.).
Dall’altro lato lo psicoterapeuta che in modo autentico si mostra, per agevolare la lettura intuitiva del medico da parte del paziente, “ come uomo con tutte le sue debolezze, ma che si sforza costantemente di adempiere ai suoi doveri umani nel senso più vasto. Io penso che questo sia il principale fattore di guarigione ” (b.r.).
Questi due fattori di guarigione scendono quindi negli “ scambi ” che intercorrono soprattutto in modo inconscio tra le personalità del medico e del paziente, al di là di qualunque forma e tecnica terapeutica; nelle quali personalità gli aspetti profondi delle qualità individuali generano nei rispettivi universi condizioni di sviluppo, di crescita, di creatività ( attraverso una “ campagna di guerra ” tra due persone dove l’uno percepisce l’altro come “ amico ” ma anche come “ nemico ” e questo può portare ad attaccare l’altro ).
Jung sostiene, per esempio, che la “ suggestione e la suggestionabilità sono presenti dappertutto come caratteristiche umane generali … qui non servono tecniche e non serve nascondersi: il medico agisce, volente o nolente, e forse soprattutto, attraverso la sua personalità, cioè per suggestione ” (b.r.).
Non che le suggestioni che provengono dalla personalità del paziente siano meno importanti; è che la personalità del terapeuta che sa farsi valere assume particolare valore in quanto intorno ad essa orbita la situazione curativa proprio come una nascente opera d’arte orbita intorno all’artista mentre questi armonizza la giusta tecnica dei colori e fargli meritare carisma. E, nel trattamento psicoterapeutico, “ non sappiamo ancora se la variabile più importante sia costituita dalla particolare tecnica, dall’abilità con cui la si applica oppure dalle proprietà della personalità e dalle capacità empatiche del terapeuta. Alcuni ritengono che un terapeuta che abbia la giusta « personalità terapeutica » possa utilizzare quasi ogni tipo di tecnica, compresa l’ipnosi, come mezzo di comunicazione e ottenere gli stessi risultati. Altre autorità in materia non sono convinte che le scelte tecniche siano così generiche. Personalmente sono fermo, certo che esiste tra pazienti diversi un’affinità per certi tipi di tecniche che chiaramente si armonizzano nel modo migliore con i loro particolari bisogni e capacità di apprendimento ” (b.r.).
La vicinanza delle parti ( medico – paziente ), nella psicoterapia, richiama nel paziente la faticosa ristrutturazione di schemi - con cura depotenziati nel trattamento ipnoterapeutico -, non più adatti, che tormentano la sua esistenza. Tali sofferenze convergono traslativamente, attraverso dinamismi psichici sul medico e possono anche mostrare particolari aspetti morali: impulsi cosiddetti immorali determinati dalla libido stagnante del malato ma che non riguardano tanto la patologia ma un problema sociale della nostra epoca riferito soprattutto al comportamento morale o immorale del libero agire sessuale (b.r.).
Problema che può esaltarsi durante il trattamento ipnotico. “ Schneck J. M. ha preso in esame i sentimenti di transfert, che possono essere accentuati nell’ipnosi o nell’ipnoanalisi. Cita casi di pazienti che hanno la tendenza a rispondere inconsciamente all’ipnosi come se si trattasse di una situazione sessuale, del rapporto genitore figlio o addirittura di morte simbolica ” (b.r.).
Jung, con riferimento al procedimento analitico, ricorda che: “ l’unica morale derivante dal processo analitico risiede nell’individualità per lo più inconscia del paziente il quale intende tentare in modo confuso e travagliato di dar corpo a nuove aspirazioni, migliori per il solo fatto che nascono dal rifiuto di un vecchio assetto non più sostenibile e legato dalla nevrosi. Con ciò Jung anticipa un’enunciazione della moralità del processo analitico e della relazione terapeutica, che negli anni successivi si tradurrà nel privilegiamento della radice archetipica soggiacente alla trasformazione nell’individuo, realizzabile solo attraverso il confronto col terapeuta, guida già un po’ inoltrata sulla via dell’individuazione ” (b.r.).
Il concetto di individuazione è in generale “ il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto della generalità. L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale ”.
Più in particolare il concetto di individuazione è sviluppato da Jung nel corso della quinta conferenza, tenuta alla Clinica Tavistock, durante la quale afferma: “ l’oggettivazione di immagini impersonali è una parte essenziale del processo di individuazione. Il suo scopo è quello di affrancare la coscienza dall’oggetto, sicché l’uomo non cerca più in fattori collocati fuori da sé, siano essi persone, idee circoscritte, la garanzia della sua felicità o perfino della sua vita, ma riconosce che tutto dipende dal fatto che egli possiede il tesoro oppure no. Se l’oro viene posseduto coscientemente, allora il centro di gravità si trova nell’uomo e non più in un oggetto da cui egli dipende […] questo stato di autonomia consiste nel definirlo come una specie di centro posto all’interno della psiche del singolo (ma non nel suo Io). E’ un centro del non - Io ” (b.r.).
Insomma l’individuazione coincide con l’evoluzione della coscienza dall’originario stato di identità, e rappresenta un ampliamento della sfera della coscienza e della vita psicologica cosciente. Estendere e ampliare la coscienza può significare anche fornirle nutrimento con eventi nuovi, ignorati, dimenticati, rimossi, inconsci, sedimentati sul fondo della psiche durante l’evolvesi storico del soggetto. Questa estensione terapeutica della coscienza attinge dunque al tesoro dell’individuo e ogni volta che un elemento nuovo viene portato alla coscienza essa deve modificare il vecchio assetto, ristrutturarsi in relazione al nuovo elemento acquisito e per fare questo deve prima disporsi al cambiamento, depotenziarsi, deve, cioè, modificare o abbandonare un modello per poter tirare dentro il nuovo.
Il tesoro dell’individuazione è dunque dentro se stessi, nell’inconscio; e la continua conquista delle ricchezze in esso custodite porta il paziente ad uno sviluppo maggiore della propria coscienza, alla percezione della realtà con modalità nuove, evolute. Dal ricco mondo dell’inconscio possono così emergere forme creative atte a spingere elaborati interiori che giungono alla coscienza con forme inedite e vitali.
Tesoro e creatività sono idealmente posti in qualche lontano distretto dell’inconscio. E anche se l’esistenza dell’area inconscia della mente umana è oggi accolta in seno a molte teorie, con varianti e concettualizzazioni diverse in relazione alle diverse scuole, da poche parti è considerato come fondamentale, invece, il “ carattere creativo come principio scientifico generale nella psicoterapia ”.
Non solo nella psicoanalisi junghiana si individua l’humus fertile per considerare la psicoterapia come momento creativo ma anche in altri metodi di cura tale principio è  fortemente sentito. La psicoterapia ipnotica moderna, per esempio, che a seguito dei possenti contributi dati da Milton H. Erickson è stata accolta anche da quelle correnti rigide di pensiero che prima la negavano, rappresenta la principale, se non l’unica, scuola di psicoterapia che esalta il carattere creativo come momento essenziale per il raggiungimento del risultato terapeutico.
Come abbiamo già accennato M. H. Erickson, uno sperimentatore di primordine, non si è mai troppo preoccupato delle teorie e, E. L. Rossi e M. Ryan, suoi discepoli, tentarono di dare assetto teorico, non senza contrasti con il loro maestro, per raccogliere in alcuni volumi i suoi seminari, articoli e conferenze (b.r.).
In uno di questi volumi si legge: “ L’interruzione e la sospensione del nostro comune sistema di credenze quotidiano è stato descritto da Rossi come momento creativo: « Ma cos’è un momento creativo? Tali momenti sono stati celebrati  come l’idea eccitante degli scienziati e come l’ispirazione degli artisti (b.r.). Un momento creativo ha luogo quando viene interrotto un modello di associazione abituale;.., il momento creativo è uno spazio vuoto nel proprio abituale modello di consapevolezza. Barlett  ha descritto come la genesi del pensiero originale possa essere concepita come il riempire i vuoti mentali. Il nuovo che appare nei momenti creativi e perciò l’unità di base del pensiero originale e dell’intuizione come pure del cambiamento della personalità... Erickson ha descritto la stessa trance ipnotica come uno stato psicologico speciale che provoca un’interruzione simile nelle associazioni coscienti e abituali del paziente, così che può aver luogo un apprendimento creativo ».
Nella vita quotidiana ci si confronta continuamente con situazioni difficili e imbarazzanti che scuotono moderatamente e interrompono gli abituali modi di pensiero. Idealmente, queste situazioni problematiche possono avviare un  momento  creativo  di riflessione che può fornire a qualcosa di nuovo la possibilità di emergere. I problemi psicologici si sviluppano quando le persone non permettono alle circostanze naturalmente mutevoli della vita di fermare, interrompere i loro vecchi e ormai non più utili modelli di associazione e di esperienza, in modo che possono presentarsi nuove soluzioni e atteggiamenti ” (b.r.).
Inoltre: “ Anche il terapeuta deve dipendere dall’inconscio del paziente come sorgente di creatività per la risoluzione dei problemi. Il terapeuta aiuta il paziente ad accedere a questa creatività per mezzo di quello stato alterato che chiamiamo trance terapeutica. La trance terapeutica può così essere intesa come un periodo di libertà per l’esplorazione psicologica attraverso il quale terapeuta e paziente cooperano nella ricerca delle risposte ipnotiche che porteranno al cambiamento  terapeutico ”  (b.r.).
A questo punto non possiamo negare la tendenza che sottende al tema di cui qui si tratta e cioè la tendenza a vedere l’ipnosi secondo l’approccio delle teorie psicologiche e non fisiologiche. Di conseguenza, sempre tenendo in debita considerazione la ricerca scientifica, nell’ipnoterapia siamo più sensibili a contributi ad accostamento psicologico, specie se provengono da attenti sperimentatori come Erickson che considerano la creatività in psicoterapia un elemento di rilevanza primaria.
Dunque, possono l’arte e la scienza coesistere e cooperare lungo la strada della ricerca in psicoterapia?
Ci aiuta a rispondere Lewis R. Wolberg: “ Molti medici, scoraggiati dalle difficoltà che attualmente incontrano gli studi empirici, si sono lasciati andare a un atteggiamento di autosconfitta e sostengono che l’ipnoterapia è più arte che scienza. Indubbiamente ciò non preclude necessariamente una posizione scientifica. Nell’inclinazione artistica si può avere  un  orientamento  scientifico.
Ricordo una conversazione avuta con uno psichiatra, membro delle due più eminenti organizzazioni sull’ipnosi, il quale era fermamente convinto che quanto prima avessimo abbandonato il tentativo di fare dell’ipnosi, e sotto questo profilo dell’intera psicoterapia, una scienza, tanta maggiore attenzione avremmo potuto prestare all’arte di operare con la gente. Gli chiesi che cosa avesse l’impressione di fare quando praticava l’ipnoanalisi. « Prima di tutto, dichiarò, diagnostico ciò con cui mi trovo alle prese. Dall’osservazione del caso clinico, dalle produzioni e dalle reazioni del paziente nei miei confronti, prendo nota degli aspetti che considero importanti. Voglio sapere con che cosa ho a che fare. In secondo luogo, mi formo una certa opinione sull’origine, la natura e le conseguenze dei modi di essere del paziente. In terzo luogo, formulo dei piani per l’approccio al paziente nei termini dei problemi che questi presenta. Sviluppo un piano d’azione basato su ciò a cui ritengo che egli reagisca meglio. Stabilisco infine come  operi  il  piano  e  osservo  le risposte del paziente, modificando le mie opinioni sulla sua malattia a mano a mano che procediamo ». Il mio collega non sembrava rendersi conto che nella sua propensione artistica egli stava applicando il metodo scientifico. Partendo dai dati sull’osservazione formulava delle ipotesi sulla malattia del paziente. Pianificava quindi un metodo di approccio e lo sottoponeva alla prova. In base alle reazioni del paziente, o confermava le proprie ipotesi oppure, se non le poteva confermare, cambiava tattica e ricominciava tutto daccapo ” (b.r.)

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Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoanalista, Specialista in psicoterapia ipnotica e ipnosi Roma
Socio Fondazione Europea – AMISI – Associazione Medica Italiana per lo studio dell’ipnosi
Iscrizione albo degli psicologi del Lazio n. 3648/09.12.1993

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